Antonio
Antonio Bois ha sofferto molto nascendo. Passato il primo stupore tuttavia, comincia per lui un periodo sereno in cui, alla piacevole routine tetta-cacca-nanna, alterna la lettura di classici quali il Simposio di Platone e Il cucchio d’argento di aavv. Ma ben presto si profila una terribile prova all’orizzonte della sua giovine esistenza: le coliche gassose, che egli affronta con il ben noto stoicismo. Essendogli cresciuto, intorno al nono mese, il primo incisivo inferiore, imperscrutabili divinità gli impongono quello che risulta a tutt’oggi il suo trauma maggiore, dato biografico che sottende tutta la sua futura e prolifica attività artistica: lo svezzamento. Antonio Bois, con coraggio, elabora il lutto all’interno della sua magistrale opera in fieri, intitolata : “Che cosa mi aspetta all’angolo della strada”. Velata di malinconia, ma risolutamente rivolta al futuro e inquadrata in un sano ottimismo della ragione, tale opera ci pone anche l’ineludibile e angoscioso quesito, proprio della nostra specie: “A che cosa serve il vasino e perché mi hanno tolto il Pamper?”.
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